La casa stellata

Evaristo aveva avuto in sorte una vita evidentemente avversa, non che fosse incorso in quelle disgrazie eclatanti, per cui commiserarlo sarebbe stato il meno che si potesse fare per lui, ma ogni giorno il vento gli soffiava di prua, e il mare era agitato a impedirgli la navigazione serena alla quale il cuor suo agognava.

Non aveva mai fatto molti progetti, forse era questa l'accusa che gli si poteva muovere, ed erano piccoli piccoli, ed il diavolo ci aveva messo lo zampino per farglieri rovesciare; per cui non si azzardava neppure, non dico a farsi illusioni, ma neanche soffermarsi a farne. Da ragazzo, con gli amici di un tempo, aveva qualche volta tentato la fortuna alle carte, e gli piaceva, ma immancabilmente se alla fine della serata aveva vinto, e qualche volta accadeva (per cui non si può parlare di lui come di un predestinato della sfortuna), i perdenti non avevano subito i soldi per onorare subito il debito, e così le sue vincite si risolvevano in strazianti ricerche di debitori insolventi che che stentatamente lo pagavano, togliendogli anche il gusto della vittoria, che è bella in quanto immediata. Dopo alcuni fortunati approcci con le ragazze, che l'avevano fatto innamorare dell'amore, era naufragato in un serie di circostanze contrarie, tutte preziose, che l'avevano snervato con gli infiniti rimandi al giorno dopo, per cui la baldanza che rende arditi i giovani si era ottusamente dileguata lasciando un appetito insaziato di baci e di affetti che gli avevano fatto perdere il gusto per quello che c'è di bello nelle relazioni tra un uomo e una donna. Sul lavoro non aveva fatto carriera.

Genta molto più indurita e abile si era sempre interposta fra lui e il posto di prestigio superiore, non possedeva quella sensibilità necessaria per individuare le spie, i mestatori, i finti amici e gli amici degli amici, e si trovava sempre al punto di partenza, con la lingua di fuori per l'impegno che profondeva e gli scarsi risultati che ne conseguivano. Ma qualcosa l'aveva.

Possedeva una vita onirica straboccante, e così

in mezzo a tante mezze disgrazie era riuscito a crearsi un suo rifugio.

Spegneva la luce e si metteva a sognare; e in questo riusciva appieno, vuoi di pomeriggio, vuoi di notte. Per la felicità di sognare non perdeva neanche tempo a leggere, a guardare la televisione o ascoltare la radio, buttava le coperte sul viso e si addormentava beato aspettando dai sogni tutte le meraviglie che la vita gli negava.

I sogni erano un balsamo per tutte le "microstorture" che la vita gli aveva provocato, o gli provocava, o che, però mai rassegnato, si aspettava.

Conosceva la vita di tutti i giorni a memoria: tutte fregature. Ma nel sogno no! Nel sogno c'era qualcosa di miracoloso che lo riempiva e che gli riempiva la vita molto più di quanto non avrebbero potuto fare cento casi fortunati. Evaristo con gli anni era divenuto molto prudente e aveva persino adottato un suo linguaggio segreto, e fra sè e sè si riferiva alla sua attività prediletta con il termine "entrare nel sommergibile".

Non faceva parola con nessuno delle sempre nuove meraviglie, variazioni e imprevisti dei suoi viaggi onirici; "se hai quacosa di bello, dillo all'orecchio del tuo cavallo", dice il detto dell'uomo del deserto, e lui nel deserto della sua vita, per tutta la giornata si rivedeva i sogni; ognuno più bello dell'altro.

E si può dire che, nonostante tutto, era un uomo felice.

Oltre tutto aveva specializzato la sua vita secondo il flusso negativo delle sue esperienze in modo da averne il minor danno possibile.

Non frequentava più posti dove ci fosse la pur minima occasione di gioco, dove il fato, a lui sempre occhiuto, avesse la sua parte implacabile.

Non vantava quasi amicizie se non alcune molto sporadiche. Il padre, alto magistrato, prima di morire e abbandonarlo alla madre, aveva fatto in maniera che si collocasse con la sua laurea in giurisprudenza in un ente previdenziale.

La scelta cadde su quello preposto allo spettacolo, per cui a Evaristo erano noti tutti i pettegolezzi di quell'ambiente meglio che sui giornali ad essi preposti.

Del resto un certo gusto per lo spettacolo dal vivo gli era rimasto addosso, tratto da giovanili ricordi del Varietà e della Rivista (unici spettacoli ai quali avesse dedicato il suo tempo). Al lavoro neanche badava più, così che quando fù messo a contare le puntatrici, le etichettatrici, i rotoli di scotch e le risme di carta (essendogli morta nel frattempo la madre, dea tutelare che con occhiuta mistura di con- trollo e di repressione, gli lesinava, a quarant'anni, i soldi per i mezzi pubblici), decise, risorto a nuovi orizzonti ed avendone la possibilità, visto che non aveva alcun legame, di mettersi in pensione. Una nuova vita.

Non era ilcaso di "rifarsi una vita", in quanto si è

capito che, scombinata qual'era, di vita non si può parlare.

Per le sue esigue esigenze la pensioncina gli poteva bastare, sopratuto ora con lo svincolarsi dei legami familiari.

Con la morte della madre, che in eredità gli aveva lasciato un appartamento sui tetti dell'umbertina Piazza Vittorio, ed evitando i fratelli e il lavoro, si sentiva libero di amministrarsi la vita ancor più a suo intendimento. Come prima spesa si fece un piccolo telescopio, comprato in un negozio di di articoli ottici, e dal terrazzo si mise ad osservare le stelle che sempre lo avevano affascinato.

Era scarsa la possibilità di seguirle per il riverbero serale dell'illuminazione artificiale, ma qualcosa pure vedeva, e dato che non si riprometteva grandi cose, fù enerme la sua soddisfazione di poter seguire il ruotare della volta celeste con il dispiegarsi delle stagioni.

Comprò libri di astrologia e astronomi che, se pur con passione da neofita, si sforzava di leggere; ma la passione libresca si esaurì rapidamente per il tedio delle parole confuse da decifrare, e si accontentò dei pochi rudimenti acquisiti per seguire in libera osservazione le stelle e i pianeti che riusciva a vedere, e di più non fece.

Aveva cominciato ad intessere corrispondenze con astronomi dilettanti e varie associazioni, ma lasciò cadere del tutto l'iniziativa perchè era altro che richiedeva dalla sua passione; nulla di sistematico o di studiato, pedentamente: era solo la gioia di vedere qualcosa su cui gli uomini non avevano un potere mistificante, e di assorbirsi beato nel rapimento di scrutare la volta celeste.

Una delle poche cose che aveva appreso era che "coelum" veniva da celare; la volta celeste cela mirabilie che la fantasia di Evaristo ricostruiva nel modo più caotico e confuso si possa immaginare. Un'altra parola che l'aveva colpito era che cosmo, come cosmesi, voleva dire ordinatamente bello.

Lui fece cadere l'ordinatamente, e si accontentò del bello. Ma un topino gli rodeva il cuore. Uscendo a comprare sotto casa, nell'informe bazaar della piazza, poche e scelte cibarie, non poteva non occhieggiare le donne che da venditrici, o da compratrici, turbavano il traguardo di serenità raggiunto. Le donne, quello scoglio sul quale da secoli gli uomini si infrangono caparbiamente invece di seguire gli insegnamenti dei sacri libri, che permetterebbero loro di concludere pacificamente la propria esistenza terrena.

La castità non era il suo punto forte, anzi era il punctum dolens di tutta la sua esistenza. E quì cascò l'asino. Di invitare le sue conoscenze ad osservare le stelle dalla specola sui tetti, non gli passò per la mente, con una ragazza con la quale era più in confidenza, per la verità accennò alla cosa, ma praticità della risposta: di farne, cioè un punto di ritrovo per gli appuntamenti galanti con gli astronomi, astrologi e astrofisici non insensibili alle grazie femminili, durante le scrutazioni del cosmo, lo lasciarono un pò perplesso.

E prese tempo per riflettere, anche se il pensiero di orge al levarsi di venere lo stuzzicava, di di aspettare le pleiadi, avvolto in un plaid, con Elvira in primavera gli sarebbe anche aggradato, voluttuosi abbraccicamenti osservando saturno e i suoi anelli non gli sarebbero dispiaciuti. Ma l'idea di punto di ritrovo per orge con astrofisici, astronomi e astrologi lo lasciava perplesso, in quanto risorgeva in lui l'uomo di legge, non per scrupoli o per timore reverenziale del prossimo, ma per i precisi articoli che prevedevano, se non lo sfuttamento, almeno l'abituale favoreggiamento alla prostituzione.

E non sentiva proprio la necessità di trovarsi coinvolto in beghe legali, per cui si decise di affrontare da un altro spigolo la questione che aveva accennato con Elvira, la "francesina", ovvero "l'amore di Pescara" per la città da cui proveniva e per una sua dimestichezza con la lingua di oltralpe. E si mise a riflettere come ottenere lo scopo senza incorrere in fastido troppo onerosi per lui. Nel libro "Guida agli Spazi Intergalattici" pensò di aver trovato la soluzione.

La stesura del libro era di Veronica del Centro Astrofisico dei Pirenei, e la traduzione era di Elena, astrofisica milanese, come si poteva trovare nel risvolto di copertina. Bastava ribaltare l'impostazione della "francesina".

Invece di astrofisici, astrofisiche, invece di astronomi, astronome invece di astrologi, astrologhe, e per lui tutto si sarebbe appianato nel migliore dei modi.

Per le orge non aveva timori, le astrofisiche, le astronome e le astrologhe avrebbero ben provveduto a racimolare gli astrofisici, gli astronomi e gli astrologi mancanti; e se proprio tutti non erano scienziati poco male: le feste non si sarebbero sciupate per così poco. Gli cadde sotto il naso, il giorno dopo, un gran manifesto dell'università

"La Sapienza" attaccato ad una colonna del suo palazzo.

Si avvisava del gran raduno di menti del settore, intorno all'argomento "Segni del Cielo, Segni della Terra".

Era il momento di agire al più presto, di volata si recò in Piazza San Silvestro alla ricerca, sull'elenco di Milano, del telofono di Elena.

Fù fortunato, non abitava proprio a Milano ma a Lampugnano e, una volta accertatosi che poteva mettersi in contatto con lei, corse a casa a telefonare.

Il suo piano lo meditò in fretta sull'autobus che lo riportava indietro: avendo dei difetti dell'udito metteva a disposizione il suo superattico con osservatorio incorporato, ad una gentile collega interessata che l'aiutasse a mettere in ordine gli appunti che prevedeva di stendere male, nell'interesse comune della scienza.

Però prima di telefonare a Lampugnano, si documentò telefonicamente su treni, aerei, anche se non si fidava molto dell'esattezza della informazioni e sui nomi delle persone che avrebbero preso parte alla conferenza, in modo che il servizio di segreteria appianasse gli eventuali ostacoli della sua improvvisazione.

Una favorevole condizione di visibilità (le previsioni del tempo erano in quei giorni favorevoli a Roma), gli articolarono nella mente un ulteriore dettaglio: la cometa si poteva vedere dal suo osservatorio.

E preparato in ogni suo dettaglio il suo piano, telefonò. Come faceva lo zero dell'interurbana, il telefono o si ammutoliva o dava occupato, quando ormai era quasi in preda a farneticazioni per il timore di vedere il suo piano crollare a causa di un guasto così banale, ottenne la comunicazione.

Elena fù entusiasta dell'occasione propizia, e delle nuova amicizia che stingeva in nome della comune passione; e si informò se c'era l'acqua calda, e sul numero e la disposizione dei letti, della cucina, del bagno, dell'ascensore, sui mezzi di trasporto, sulle condizioni metereologiche, ed Evaristo sussultava di gioia ad ogni domanda alla quale rispondeva pronto e freddamente accademico; volle sapere anche il voltaggio degli elettrodomestici (per il phon precisò), e tutto questo femminile e familiare modo di presentarsi lo rendeva morbosamente ecitato.

Rimase solamente perplesso quando Elena gli disse , prima di salutarlo, "porterò con mè la Titti, lei non ci farà caso, che è curiosa e non conosce ancora Roma!"

La Titti? Evaristo era incredulo per la fortuna, e per non turbarla (Elena era apparsa sinceramente contenta dell'imprevista occasione), non aveva osato chiedere chi fosse "Titti". Il superattico aveva tre stanze, un bagno, un cucina e la gran terrazza.

Una "Titti" poteva di sicuro entrarci, ma chi era, gatta? Cane? Non voleva credere ad un amica, pappagallo? Un amore lesbico? Zoofilia? Stentatamente prese sonno e il gusto onirico fece cilecca.

Giusto prima di risvegliarsi, sognò di una cometa sfavillante che dalle tenebre avvolgeva in uno splendore siderale, come un gigantesco occhio di bue, l'immaginata Elena mentre faceva una danza orientale ed in una scia di pulviscolo cosmico ritmato abbandonava i sette veli, uno dopo l'altro, fino all'entusiasmo finale "assoluto".

Ma "Titti", e lui lo presagiva, era nell'ombra, e questo lo la-sciò, per la prima volta, in parte scontento dei suoi sogni. Per telefono avevano parlato pure di pietanze da preparare senza troppa fatica, ed era stata messa appunto una lista di provviste da tenere pronte.

Non si era sentito in grado di assicurare anche uscite per trattorie; una pizza per due era il massimo che si era ripromesso, ma ora "Titti"? Riguardò la lista, jogurt,gorgonzola, pomodori per l'insalata e insalata, acqua minerale, pane no, ma craker.

Chiaro che si trattava di una donna a die-ta.

Uova e prosciutto cotto, frutta; una scimmia? I pesi erano abbondanti, due etti, dieci uova, sei jogurt, chili di insalata, pomodori e frutta; il latte doveva essere magro, degassato, pastorizzato: una capra? Due litri.

Acqua minerale non gassata! Dieta.

Non usciva dal labirinto, e uscì

per fare degli acquisti con un ronzio nelle orecchie.

Aveva pensato a un piano così bello, e riuscito; ma la conosceva lui la sorte! Sempre a metà, con questa misteriosa "Titti" di mezzo! Fece le spese e si rintanò di corsa a casa, cadde in un sonno profondo, ma senza sogni, e si risvegliò stizzito e di cattivo umore. L'appuntamento era all'airterminal della stazione termini, Elena non veniva in aereo, ma alla confusione del marciapiede del treno aveva preferito un posto più tranquillo.

Avrebero avuto entrambi un segno distintivo che li accomunasse, un atlante stellare, non si potevano sbagliare; e non si sbaglia-rono.

Evaristo vedendola disse fra sè "una cavallona" e, con la gobba? No era un portenfant sulla schiena, tenuto con cinghie rosse, e dentro una marmocchietta che gli tirò subito la barba: ecco "Titti" e il dramma prese nuovi indirizzi, perchè Evaristo odiava i bambini. Con pragmatica sicurezze Elena si mise alla guida di tutto, e mentre scaldava il latte per una pappina di pop-corn, sbrigava, come se tutto della casa fosse noto, contemporaneamente mille faccende: "ma come non hai appetito? Titti tira la barba a Evaristo che è contento, fagli pilli-pilli sul pancino che cosìgli viene fame; segni del cielo-segni della terra, una conferenza di astro-archeologia, era tanto che lo desideravo, da noi in Val Camonica mille rupi sono segnate con graffiti che oltre ad una interpretazione magica, possono averne una anche astronomica: sedili e prietre perfettamente orientati con gli equinozi ed i solstizi.

Il passaggio da una civiltà di cacciatori e raccoglitori, ad una civiltà di agricoltori che viene dominata più

incisivamente dagli eventi atmosferici, e lo studio dell'alternarsi delle stagioni è segnato dal ciclo della luna dai pianeti, dal sole, dalle stelle, passami il sale e l'olio, hai dell'aceto? Mi sono dimenticata di chiederlo se l'avevi aceto di mele? Si, andrà bene lo stesso; e voi qui a Roma che segni avete?" Evaristo col pensiero confuso, non sapendo più a che punto rivoltare la frittata che si stava cuocendo, "poco sale e olio, le arterie, mi sembri un pò palliduccio, fai vedere gli occhi, le palpebre calanti, non ti porti un gran che gli anni", si agrappò all'orologio solare di epoca augustea di cui aveva letto che si andavano svolgendo degli scavi presso Campo Marzio, "lo gnomone l'ombra" balbettò.

"Voi uomini, siete buoni a tirare asproposito in ogni momento gli stessi giochi di parole: le ombre degli gnomoni, le ombre dei menhir e dei dolmente, è finito il loro tempo, vero caro Evaristo? Solo ombre, Titti, vedi gli uomini come sono fatti perchè hanno l'ombra dello gnomone, non pensano ad altro; ma che ti e successo Evaristo? Era per scherzare, non si può essere sempre scienziati, perduti dietro sogni siderali, non scherzerò più, ti vedo cosi serio, la frittata! La frittata si brucia e piglia di affumicaticcio, si hai ragione, la scienza innanzi tutto."

E gli parlo di Avandro il marito che stava sempre in giro tutto l'anno, tecnico elettronico, e lei sola a casa a pensare a tutto, aveva un buon contratto per la manutenzione di radiotelescopi, ma lei si ritrovava, proprio ora che era nel fiore della gioventù, sempre sola.

Per fortuna c'erano persone come lui, Evaristo, che ormai non dovevano più pensare a certe cose, ed erano comprensivi ad uno sfogo passeggero di una donna amareggiata da quel lato della vita: E lo rassicurò: Evaristo non doveva preoccuparsi per lei che sapeva come distrarsi. Come in un incubo Evaristo assistette i 23 lingue al dibattito, denso anche di riferimenti priapici intercalato dalle gomitate di Elena: "e gli uomini che non capiscono le voglie delle donne!" "Tu si che mi hai capita!" "Sei serio e per questo mi piaci!" "Sei di una generazione che ha sofferto, sei delicato e taci; oggi a buttarla in faccia gli uomini si scansano, sapessi che fatica tenersene uno che ti possa accontentare!" Le piazze di Roma erano divenute un incubo, maestosi, sfidando diritti i secoli, gli obelischi facevano torcere Evaristo per l'occasione non colta al balzo. Si lasciarono alla stazione, quasi all'inbruniro, nella vasta navata di testa un venditore girovago esponeva sulle nuda pietra degli animaletti scattanti e semoventi.

Per pochi soldi acquistò un orsacchiotto tamburino che diede a Titti, e ormai familiarmente gli fù tirata la barba ed ebbe due bacetti sulle guance da Elena; "che splendida occasione mi hai dato, non ti scorderò, ciao."

Seguì con lo sguardo tristissimo il treno allontanarsi e non si vergognò di sventolare anche il fazzoletto. Ma i guai non erano finiti, il sonno e i sogni si erano irrimediabilmente sciupati, sì anche il sonno.

Si voltava e si rivoltava per ore nel letto, e solo al mattino trovava maniera di sprofondare in quello che era stato il suo regno. Stremato ne fece parola ad Elvira "la francesina", e lei pure convenne che doveva curarsi, che quella era ormai una malattia; e gli suggerì, ne aveva avuto bisogno anche lei sia per i cicli impazziti sia per degli incubi che l'assalivano sulla vecchiaia, un esperto parapsicologo, con piedi dal fluido infallibile, e gli diede un indirizzo di Via Val Melaina. Evaristo introdotto in questo nuovo mondo, molto perplesso e dubbioso,prese un appuntamento telefonico e si recò all'indirizzo.

Pagata in anticipo la parcella ad una vecchia fù introdotto in un salone dalle tende pesanti, dove intorno a dei tavoli bassi di legno scuro, tre persone, cupe, in un mutismo assoluto, guardavano con occhi spenti delle riviste.

L'atmosfera gli provocò una certa inquietudine, e visto il suo compagno di poltrona guardarlo, cercò di alleviare il suo senso di pena rivolgendogli la parola: "insonnia!"

"Beato tè! Insonnia e incubi! Tu non hai gli incubi? Allora sei fortunato." E rifissò la rivista così assorto sui regnanti di Inghilterra che Evaristo comprese che anche lui doveva prendere una rivista. Il tempo passava lentamente in quella angosciasa attesa, ed Evaristo maledisse il momento in cui si era imbarcato in tale avventura.

Finalmente la porta dello studio si aprì anche per lui, ed una giovane apparve ai suoi occhi, che dovettero abituarsi ad una luce accecante.

"Mio padre mi ha trasmesso fluidi e poteri, insonnia? Vedrà che ringrazierà il destino per averci fatto incontrare; i soldi, un amore, malattie, tutto, e causato dall'ingiustizia della sua mente che non sa elevarsi dove le forze sono pure!"

E poi ordinatogli di chiudere gli occhi, cominciò a massagiarlo delicatamente sulle palpebre, "sente un ronzio! Sente il ronzio!" Evaristo era incuriosito e socchiuse un occhio, appena appena, sentiva effettivamente una palpitazione alla tempia, ma non proprio un ronzio, e in un baleno vide i misteri che sconvolsero la cura; due gambe in calze fumè e un bagliore bianco, le mutandine, ma fù un attimo, la pitonessa lo apostrofò duramente: "Lei è un miscredente, lei ha aperto gli occhi! E io che cercavo il suo bene, lei non merita niente, amore, amore, amore, lei è un guardone, e finchè non si sarà

purificata la vista si tenga la sua insonnia.

No! Sono cruda perchè lei non vuole conoscere l'AMORE, se insiste lei diventerà una larva, ma si svegli, non è con i suoi sogni che lei riuscirà a risolvere i suoi problemi, lei ha avuto una vita affettiva contrastata, si è abbandonato, lo dico per il suo bene, lei è come un bambino ribelle che non vuole la medicina; sono aspra, ma lei ha bisogno di scosse energiche, la sua insonnia dipende da non aver affrontata la vita, e lei ne vede bene le conseguenze! Lei è una persona colta e con lei posso parlare chiaro, lei è, con Orazio, un porco del gregge di Epicuro. Sa perchè Orazio era alla corte di Mecenate, potentissimo alla corte di Augusto? Perchè anche Mecenate, che tutto poteva, aveva perduto il sonno, una donna gli si rifiutava implacabilmente, sua moglie!"

Evaristo era sbigottito, gli aveva letto nell'anima, e lo aveva fatto in modo sincero e sicenramente glielo aveva detto senza mezzi termini.

Lo poteva accusare di mancanza di diplomazia, ma non di lungimiranza nello scavare nell'animo e tirare fuori il marcio che in lui sempre aveva sonnecchiato; la scossa era energica, brutale, ma faceva affiorare qualcasa di potentemente irrisolto che sempre aveva evitato, sepolto, nascosto; e ora tutto era stato messo in luce. "C'è speranza?" "C'è sempre speranza nei credenti, ma lei si è rivolto molto tardi a chi poteva indirizzarla sulla strada del bene.

E il bene tarderà a venire di nuovo in lei se lascia andare così le cose e non sente una giusta e fiera scossa che la motivi.

Ritroverà il sonno, i sogni e la sua vita di sempre, ma forse avverte già che non è quello che dovrebbe cercare, lei deve cercare la vita, non il sogno; ma se si accontenta non sò cosa potrei fare per lei."

Gli scosse il naso amichevolmente e lo fece uscire da un'altra porticina, ed Evaristo sentì il sollievo del nuovo buio in cui entrava. Si buttò sul letto disperato, ma quella stretta confidenziale del naso lo sospinse verso il sonno tanto invocato, e strano a dirsi, ormai non vi era più abituato, si trovò a risvegliarsi di pomeriggio inoltrato, solo che i sogni ed aveva coscienza che fossero tanti, tumultuosi ed interessantissimi, svanirono con leggeri strascichi al risveglio; e nonostante l'estrema curiosità di sapere cosa avesse sognato, di certo c'entrava una patata da sbucciare che l'inseguiva, fu estremamente soddisfatto della cura. Uscì per comprare qualcosa da mangiare in attesa della notte: ormai era abituato ad addormentarsi tardi, e si ripromise di osservare la cometa, quando squillò il telefono.

Era "la francesina" che si informò della cura, ma tagliò corto e gli chiese ospitalità per la notte rimandando a quando fossero insieme una conversazione più approfondita. La conversazione fù effettivammente interessante, entrarono in molti dettagli, la patata fù oggetto di sviscerazioni, quando Evaristo, ormai inoltrata la notte, le propose di andare ad osservare la cometa.

"La cometa no! Porta male, come contare le stelle; invece si può vedere la MIA STELLA? La maga che mi ha fatto l'oroscopo mi ha detto che è Aldebaran, nel toro."

Evaristo fù molto contento che "la francesina" si interessasse al suo telescopio, il tempo era propizio, la visibilità buona, e Aldebaran non gli avrebbe fatto scherzi.

Era nel toro, avrebbe cercato prima le pleiadi, poi Aldebaran.

Appena finito di mangiare l'ananas inzuppato nel whiskey, dono per l'ospitalità della notte, si mossero verso il telescopio, coperto da un gran mantello protettivo; "voi uomini! E' fallico, e si allunga e si accorcia!" commentò "la francesina" dandogli un gran bacio. Aldebaran splendeva maestoso, "la francesina" non si stancava di ammirarlo: "è splendente, che bella stella mi protegge"! E poi è rosso, no, è arancione che meraviglia! Voglio che anche le mie amiche lo vedano, voglio proprio farle impazzire di gelosia!" "La francesina" portò Debora che si innamorò di Daneb, la sua stella nel Cigno; e Debora, Patrizia, e dopo Debora e Patrizia, Alfonsina e Gaetanina, e poi Iride, Anna, Clotilde, Ida, Franca e Francesca, Emma, Giovanna, Roberta, Itala, Italia, Claudia, Simona, Maria, Domizia, Grazia, Graziella, Stefania, Margherita, Irene, Alessandra, ecc., ecc.

... Furono tutte contente di ammirare la LORO STELLA, e la trovarono meravigliosa, splendente, azzurrina, rosso fuoco, brillante; rimasero male le nate negli emisferi tropicali che non potettero ammirare la stella del loro destino. Facevano a gara a portargli frutta di stagione, liquori, dolci, vini e piattini tradizionali che fecero di Evaristo un uomo singolarmente felice e festeggiato; se pur gli rimasero sempre in mente Elena e "Titti".

Un mono vietato a lui, come alle sue nuove amiche, il mondo dei sogni di una anormale normalità.